“Asfalto”, l’autoritratto di un campione umile

Quella di Andrea Dovizioso è la storia di un campione umile, di un ragazzo dal carattere introverso ma dal talento cristallino. Per tre volte di fila, con la sua Ducati numero 04, si è laureato vicecampione del mondo della MotoGP, dietro a Marquez. Il suo libro è un elogio alla normalità. Il ritratto di un pilota umile con le stimmate del campione. Il titolo dell’autobiografia, “Asfalto”, ha origine dalle parole che un ex campione del mondo, Luca Cadalora, gli disse incontrandolo nel paddock: “Sei invisibile Dovi. Non ti nota nessuno. Sei del colore dell’asfalto!”. Si riferiva al suo carattere, pacato e taciturno, ma anche ai risultati, che non arrivavano. Abbiamo raccolto i passaggi più significativi e curiosi della sua autobiografia.

LA STACCATA

Se c’è una cosa che Andrea sa fare bene è la staccata. Tra i piloti in circolazione, lui è quello che frena più tardi di tutti. Il merito è di suo papà Roberto, ex crossista in gare amatoriali. «Un giorno racconteranno che io sono uno dei più grandi staccatori di sempre. Vero. Ma a 7 anni io di staccare avevo una paura fottuta. Così stacco molto prima di quando dovrei. La contromossa di mio papà è semplice: “Adesso mi metto a bordo pista e tu stacchi dove sono io”. Io eseguo. Poi ripeto al giro dopo. E poi a quello dopo ancora e ancora e ancora, finché a un certo punto vado dritto. Rientro in pista, riparto, nei giri successivi non sbaglio più. Alla fine, però, c’è qualcosa che non quadra. “Babbo, perché prima sono andato dritto? Io ho staccato sempre dov’eri tu”. Lui mi rivela il suo trucco, e cioè che a ogni giro si spostava in avanti di un metro fino a farmi trovare il limite esatto della staccata ottimale. Quando l’ho superato e sono andato per le terre, al giro dopo è tornato indietro di un passo e lì è restato».

L’ABILITA’ SUL BAGNATO

Il Dovi è un maestro del bagnato. Quando piove, lui emerge sempre. Nel libro spiega di aver imparato ad andare forte sull’acqua da piccolino, quando faceva le gare di minicross insieme al papà. In quel periodo la sua famiglia non… navigava nell’oro. «Agli stracci come siamo, l’attrezzatura per correre è quella che è, e delle volte, quando ci troviamo a gareggiare entrambi, capita che papà interrompa la sua corsa per venire a prestarmi il materiale per la mia. Non so quante volte corro con la sua maschera grande il doppio e appannata: non vedo un tubo, e devo anche sperare che non mi voli via. Forse è lì che nasce la mia abilità sul bagnato».

LA PRESSIONE

C’è un passaggio del libro che mi ha colpito molto: quando Andrea parla di pressione e tensione. Scrive che giunto a casa dopo una gara in minimoto, puntuale gli spuntava l’herpes per la tensione accumulata. «Queste gare sono una botta tremenda, mi mettono addosso pressione e agitazione, e posso dire con certezza che lo stress per un campionato regionale di minimoto resterà per sempre molto superiore a quello di un Gran Premio di MotoGP». Facendo i distingui del caso e con tutto rispetto, è una cosa che ho sempre pensato anche io che gioco a pallavolo da quando ero bambino: la tensione per una partita del campionato oratoriano mi stressava tanto quanto quella di una di serie C. Non c’è differenza. Non conta la posta in palio. Conta la paura, di sbagliare, di non farcela, di deludere i tuoi compagni e la gente che è venuta a vederti. Non cambia se stai giocando davanti a mille persone o a cinque».

ZELTWEG 2017

A Zeltweg, in Austria, il Dovi vinse una battaglia epica con Marquez e conquistò un GP spettacolare. All’ultima curva dell’ultimo giro arrivarono come fionde e battagliarono in staccata: il 93 passò all’interno ma finì lungo, il Dovi lo ripassò e vinse la gara dopo aver mimato qualcosa con il braccio. «Quando Marc mi entra all’interno capisco che è fatta. Perché sarà anche un campione, ma oltre la fisica non può andare. Il piano si realizza nelle mani e il rumore in dissolvenza della sua moto che allarga la traiettoria è quello della liberazione. È lì che faccio il gesto in automatico. Vaffanculo, ti ho fregato. Il sottotitolo è: che cosa mi hai fatto fare, bastardo?».

IL RAPPORTO CON LA MOTO

Andrea parla del rapporto che si instaura tra chi guida una moto e il passeggero: «Portare qualcuno in moto non è semplicemente dargli un passaggio. A differenza dell’auto, sulla moto c’è il contatto, e il contatto non è mai un momento banale ma qualcosa che conduce il rapporto in una dimensione diversa. Da come si muove il passeggero, se asseconda o no la tua guida, tranquillo oppure spaventato esposto com’è al vento e al nulla, puoi capire tante cose di lui. Portare in moto qualcuno è parlargli in silenzio, conoscerlo e conoscerti, prendersi cura di lui, essere fedele e responsabile».

CADUTE

Il Dovi parla naturalmente anche di cadute. Per sua fortuna, nel corso della carriera ha subìto pochissimi infortuni, e questo perché non ha una guida spericolata, portata sempre alla ricerca del limite. «Noi piloti conosciamo le regole del nostro gioco. Sappiamo ciò che rischiamo e forse è proprio questa la ragione per cui corriamo. Accettiamo questo stato perché vogliamo essere liberi di fare ciò che desideriamo nella vita, scegliendolo. Credo che dovrebbe essere una buona regola per la vita di tutti i giorni: assumersi il rischio è una scelta, e se questa non interferisce nella sfera privata di un’altra persona andrebbe accettata sempre». Dovi è consapevole dei rischi che corre praticando uno sport tanto pericoloso. E conosce bene il significato della parola morte. Ma nel caso di chi viaggia su due ruote a 330 all’ora, la morte è solo una conseguenza dell’amore. L’amore per la velocità.

RISCHIO ERGO SUM

A proposito di questo, il capitolo più toccante di tutto il libro è dedicato all’amico-nemico Marco Simoncelli. Il Sic e il Dovi non si amavano per niente. Si detestavano dai tempi delle mini moto. Ma il giorno in cui Marco ci ha lasciati, nel 2011, Andrea è stato uno dei primi a consolare Paolo Simoncelli, il suo papà. Ai funerali si sono stretti in un abbraccio che ha commosso il mondo. «A noi non piaceva l’irruenza di Paolo, gli inviti a Marco a essere duro, a sportellare, a giocare aggressivo, a volte sporco. Io ero l’opposto, e loro non sopportavano la mia immagine di ragazzo perfettino, un po’ professorale, sempre dentro le regole. Nero e bianco, insomma: allegro e giocherellone lui, capace di godersi totalmente la guida; riflessivo, serio e posato io. Legare tra noi era impossibile, anche se il rispetto sportivo c’era perché era altrettanto impossibile negare che l’altro fosse forte. Stretto a Paolo adesso piango e continuo a pensare che non è vero, che stiamo vivendo in una realtà parallela. Marco in vita sua aveva rischiato di tutto, lo avevo visto cadere in mille maniere pericolosissime, eppure si rialzava sempre, come fosse invincibile. Com’è potuto accadere? Il suo babbo e io, in silenzio, ci stiamo ponendo la stessa domanda. Oggi sento la mancanza di Marco. Sento l’assenza di una persona che non ho mai frequentato ma che in fondo conoscevo molto bene, e che è stata fondamentale per crescere».

IL NUMERO

Dovi corre con il numero 4. Anzi, con lo 04. Fino alla classe 250 il suo numero di gara era il 34, ma arrivato in MotoGp lo ha dovuto cambiare. Nella massima cilindrata il 34 era stato utilizzato dal leggendario Kevin Schwantz, e quindi “ritirato” quando il campione americano ha smesso di correre. Nel gergo sportivo, “ritirare” un numero significa che nessuno in futuro lo potrà mai più utilizzare. Resterà per sempre associato a un solo pilota. È quello che accadrà quando Valentino smetterà di correre: in MotoGP nessuno avrà il suo 46. Ad ogni modo il Dovi ha disputato alcune stagioni con il 4 e poi, approdato alla Ducati, ci ha aggiunto uno zero davanti: 04, infatti, rimanda all’anno del suo primo e finora unico titolo mondiale. 

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