
Siamo nel 1950 e la Formula 1 vive la sua prima stagione iridata. Inizialmente la gara negli Stati Uniti non rientrava in calendario, ma su pressione del delegato americano viene inserita all’ultimo momento in modo da rendere il campionato più globale e un po’ meno europeo.La prestigiosa 500 Miglia di Indianapolis, alla sua 34esima edizione, diventa così la terza prova del Mondiale,seppure sia un Gran Premio mutilato dalle assenze di Ferrari, Alfa Romeo (presente con una vettura privata che non supera le qualifiche) e Maserati, che disertano la lunga e costosa trasferta extraeuropea per ragioni logistiche, visto che avevano corso la settimana prima a Monaco. La Casa di Arese e quella del Tridente forniscono però le scocche ad alcune squadre americane.
Il forfait delle scuderie italiane rimescola le carte e lancia alla ribalta un pilota e un’auto finora sconosciuti: i primi sotto la bandiera a scacchi, dopo 138 giri (sui 200 inizialmente in programma) dell’ovale dell’Indianapolis Motor Speedway, sono infattiJohnnie Parsons e la sua Kurtis Kraft,che si lasciano alle spalle le Deidt di Bill Holland e Mauri Rose. Completano la lista dei piloti a punti Cecil Green su Kurtis-Kraft e la coppia Chitwood-Bettenhausen, che si alternano al volante della stessa Kurtis. Negli anni Cinquanta era consuetudine dividere la monoposto tra piloti della medesima squadra, ma in caso di piazzamento fra i primi, i punti venivano dimezzati.
La gara viene interrotta anzitempo a causa di un violentissimo temporale. Scarsa gloria per il pole-man Walt Faulkner, che chiude settimo a tre ovali da Parsons, autore anche del giro più veloce. Su 74 equipaggi iscritti, tutti a stelle e strisce, solo 33 si qualificano per la gara.In vetta al Mondiale ci sono ora tre piloti a pari punti (9): Farina, Fangio e l’americano trionfatore della 500 Miglia.




